Il nuovo mistero dell'Isola di Pasqua
Nuove teorie sull’isola perduta dei Moai
Ogni anno, migliaia di turisti di tutto il mondo compiono lunghi voli attraverso il pacifico meridionale per ammirare le celebri figure megalitiche dell’isola di Pasqua. E’ dal 1772, l’anno in cui giunsero i primi europei, che i Moai affascinano i visitatori. Gli interrogativi su come furono realizzati e trasportati sono tanti, come tanti sono gli interrogativi su un altro mistero di Rapa Nui: che cosa accadde alla popolazione che le costruì?
Secondo la ricostruzione più diffusa del passato dell’isola, gli abitanti – che chiamano se stessi Rapanui e l’isola Rapa Nui – un tempo avevano dato vita ad una società fiorente e popolosa, ma finirono per autodistruggersi causando un grave degrado ambientale. In qusta versione degli eventi, un piccolo gruppo di colonizzatori polinesiani sbarcò sull’isola intorno all’800-900 d. C. In un primo momento la popolazione aumentò lentamente, ma verso il 1200 l’aumento demografico e l’ossessione per la costruzione dei Moai cominciarono ad esercitare una pressione ambientale sempre più forte. Alla fine del XVII secolo, i Rapanui avevano ormai abbattuto tutti gli alberi dell’isola, scatenando guerre, carestie e infine il crollo della loro cultura.
Alcuni studiosi hanno usato Rapa Nui come paradigma dei pericoli della distruzione dell’ambiente. Scrisse J. Diamond geografo e fisiologo americano nel 1995: «In pochi secoli la popolazione dell’Isola di Pasqua abbatté totalmente le foreste, provocò l’estinzione delle piante e degli animali che le popolavano e vide la propria complessa società degenerare in caos e cannibalismo. Seguiremo anche noi la stessa strada?»
Terry L. Hunt antropologo dell’Università delle Hawaii ha di recente formulato un’altra teoria basanosi su nuove ricerche archeologiche. Hunt afferma che i primi colonizzatori arrivarono più tardi di quanto si è sempre ritenuto e di certo non viaggiavano da soli. Portavano con sé polli e ratti, che servivano come fonte di cibo. Ma l’elemento più importante, in realtà, è di cosa si cibavano i ratti. Questi prolifici roditori potrebbero essere stati la causa principale del degrado ambientale dell’isola.
L’isola di Pasqua separata dal Sud America, il continente più vicino, da oltre 3000 chilometri è un’isola piccola (171 Kmq) e trovandosi a sud del Tropico del Capricorno, ha un clima un po’ meno invitante rispetto a molte isole tropicali. I forti venti, che trasportano goccioline di acqua salata, e l’ampia variabilità delle piogge possono rendere difficile coltivare la terra. La flora e la fauna di Rapa Nui sono limitate. Buona parte della sua superficie è stata a lungo coperta da foreste di grandi palme del genere Jubae, anch’esse ormai scomparse. Una recente ricerca ha trovato su Rapa Nui solo 48 tipi diversi di piante originarie.
Teorie erronee, adesso smentite, avevano diffuso in tutto il mondo affermazioni che i Moai e le grandi piattaforme di pietra, gli Ahu, su cui sono spesso collocati erano stati costruiti da popolazioni provenienti dal Sud America e non dal Pacifico occidentale. Ora invece è certo che la civiltà pasquense è di origine polinesiana. Ma tali popolazioni non sono arrivate che intorno al 1200 d. C. secondo le ricerche di Hunt. Secondo lo studioso hawaiano la costruzione dei Moai ebbe presto inizio, ma l’incremento della popolazione non superò mai le 3000 unità contro le vecchie teorie che affermano un numero intorno a 15.000 – 20.000. Inoltre nella nuova teoria è presente in maniera preponderante la questione ratti: non è un’osservazione nuova che pressoché tutti i gusci dei semi di palma rinvenuti nelle grotte o in scavi archeologici a Rapa Nui recano tracce del morso di ratti, ma l’impatto di questi animali sul destino dell’isola potrebbe essere stato sottovalutato. Insomma, da una parte l’uomo con il suo impellente bisogno di legname, dall’altra la crescita esponenziale del ratto polinesiano che ha effettivamente impedito la riproduzione della palma Jubaea, rosicchiando, mangiando o semplicemente rovinando tutti i semi di questa pianta, unica fonte di cibo e sostentamento dei Rapanui.
Tratto da “Le Scienze” edizione italiana di "Scientific American"